Solo il 15% degli italiani va in biblioteca. E la nostra società ne è il risultato.

Che gli italiani non siano un popolo di lettori è certo. Solo il 41% degli italiani dai 7 anni in su legge almeno un libro all’anno (che è pochissimo) e anche lo scarto tra lettori laureati e lettori con titoli di studio inferiori è ridicolo. Se tra i motivi della scarsa propensione alla lettura, oltre all’abitudine famigliare (nella fascia d’età 11-14 a leggere è l’80% di chi ha i genitori lettori, il doppio di chi è cresciuto in una famiglia che non legge), ci sono il basso livello culturale e le carenti politiche sul tema della lettura, colpisce soprattutto il dato legato alla frequentazione delle biblioteche: ci va infatti appena il 15% della popolazione; e di questi, poi, non tutti prendono in prestito libri. Questo rappresenta una propensione tipica di un Paese in cui c’è poco sentimento della cosa pubblica, strettamente legata a un’immagine obsoleta delle biblioteche. Eppure proprio queste potrebbero avere un ruolo fondamentale non solo per quanto riguarda la promozione della lettura, in stretta collaborazione con l’istruzione, ma anche nella formazione permanente, nell’avvicinamento degli anziani alla tecnologia e nell’integrazione dei migranti. Ruoli oggi imprescindibili che la biblioteca, da luogo aperto a tutti qual è, può e deve assumersi.

Questo dibattito si ripresenta periodicamente. Oggi il centro della discussione è soprattutto la digitalizzazione: c’è chi sostiene che la tecnologia minacci il ruolo e la funzione stessa della biblioteca, resa superflua da e-book ed e-reader e dalla progressiva insofferenza che hanno le persone a frequentare determinati luoghi solo per assolvere a certe funzioni (come il prestito di libri), quando possono avere ormai tutto a portata di click, a patto di pagarlo. La pigrizia, in questa epoca storica sempre più veloce e piena di cose da fare, vince anche il proposito di risparmiare su spese a tutti gli effetti evitabili. Sembra che la forma e la funzione delle biblioteche così come la intendiamo in Italia non possa assolutamente competere con Amazon o Google. Per ridar loro l’importanza che meritano sarebbe necessario un rinnovamento strutturale del loro stesso ruolo – che ormai risulta obsoleto – all’interno del tessuto sociale, urbano e culturale. Di fronte alla necessità di rilanciare i luoghi del sapere, la digitalizzazione del patrimonio bibliografico non basta.

Ma la biblioteca, contribuendo alla formazione di una cittadinanza attiva e informata, è un tassello importante del sistema democratico. Ed è anche da qui che bisogna ripartire. In attesa dei risultati del primo censimento ufficiale condotto dall’Istat, in Italia si contano 421 biblioteche nazionali, oltre 5mila accademiche e più di 6mila pubbliche, ma la loro utenza è in calo, con un’eccezione: i prestiti digitali sono infatti in crescita, a dimostrazione che la digitalizzazione funziona ed è uno strumento fondamentale soprattutto per le biblioteche piccole e con meno risorse, come quelle dei paesi più isolati o quelle scolastiche, che in Italia sono spesso lacunose e che in questo modo, invece, possono avere potenzialmente accesso allo stesso patrimonio delle più fornite – tra cui 90mila audiolibri, 7.500 periodici commerciali e 30mila periodici storici indicizzati. Questi materiali sono messi gratuitamente a disposizione tramite la MLOL (Media Library Online), la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale, sistema che esiste da dieci anni e nel solo 2018 ha prestato 660mila e-book, superando complessivamente i 10 milioni di transazioni. In un settore in declino, il digitale può quindi essere a tutti gli effetti il motore della ripresa e deve affiancare l’aggiornamento delle strutture e dei servizi proposti, magari ispirandosi contemporaneamente a quello che succede fuori dai confini nazionali, guardando ai lettori più forti d’Europa, e cioè ai Paesi nordici.

Ad esempio, nella capitale della Finlandia, il Paese più alfabetizzato al mondo, in occasione dell’anniversario dell’indipendenza, è stata inaugurata l’anno scorso la biblioteca Oodi, definita come “il regalo di compleanno della nazione ai suoi cittadini”. Costata 98 milioni di euro, per 17mila mq, questa opera di ALA Architects, completa il polo culturale e artistico di Töölö, quartiere centrale il cui progetto urbanistico è stato sviluppato da uno dei padri dell’architettura nordica moderna Alvar Aalto, di cui facevano già parte il Music Centre di Helsinki, la Finlandia-talo (progettata dallo stesso Aalto), la Sanoma House e il Museo di Arte Contemporanea Kiasma, opera di un altro grande architetto: Steven Holl. Il progetto – a partire dal nome, stabilito con un concorso cittadino, e dai servizi accolti decisi attraverso una consultazione pubblica – ha come basi fondanti la partecipazione e l’adattabilità alle esigenze future dei cittadini ed è stato pensato come una piattaforma aperta, che possa crescere insieme ai suoi contenuti.

L’importanza attribuita a una biblioteca da parte delle istituzioni la dice lunga sul livello culturale di un Paese e il sindaco di Helsinki Jan Vapaavuori ha sottolineato che Oodi simboleggia:

“Una società aperta, trasparente ed egualitaria che ha come valori l’istruzione continua, la cittadinanza attiva e la libertà d’espressione. La democrazia si fonda infatti su un popolo istruito e critico, la dobbiamo difendere.”

Central Library Oodi, Helsinki, Finlandia

Anche la Danimarca ha la stessa concezione di biblioteca come luogo accogliente e polifunzionale di democrazia, che guarda al futuro prestandosi alle esigenze dei suoi utenti. Dokk1, la biblioteca di Aarhus – costruita secondo i parametri di accessibilità e sostenibilità, nell’ambito del progetto di riqualificazione del porto industriale della città – ospita zone dedicate a mostre, sale di lettura, una caffetteria, computer a disposizione di tutti, aree giochi, una sala conferenze e, all’ultimo piano, gli uffici del Comune. Un anno dopo l’apertura, nel 2016, era già stata visitata da oltre un milione di persone e oggi la media è di 3.800 utenti al giorno. Per Sidsel Bech-Petersen, che ha lavorato alla progettazione di Dokk1, “Una biblioteca non è una struttura permanente, ma un processo in divenire” adattabile alle esigenze degli utenti che, per fare un esempio semplice ma rappresentativo, spostano i mobili a loro piacimento, usando lo spazio come fosse loro, possibilità che in architettura viene sempre più spesso proposta. Le tecnologie hanno dato vita a nuove attività e hanno contribuito a dar forma a nuovi modi in cui le persone usano la biblioteca: è presente un pavimento interattivo con cui i lettori possono intrattenersi, una sorta di biblioteca ibrida e che considera tutti i media allo stesso livello e li offre allo stesso modo al pubblico.

La biblioteca Dokk1, Aarhus, Danimarca

Ma non c’è solo Dokk1, è tutto il sistema danese a essere particolarmente felice, anche grazie a una cooperazione tra biblioteche che non si limita al prestito interbibliotecario (che esiste anche da noi), ma riguarda attività teatrali per ragazzi, incontri professionali, formazione del personale e costruzione di raccolte comuni di materiale. La tecnologia è il supporto fondamentale che rende possibile tutti questi progetti, insieme a politiche nazionali di informazione e alla National Library Authority, che ha fatto sì, tra le altre cose, che tutte le biblioteche fornissero accesso a internet, gratuitamente o a pagamento. Il web, d’altronde, qui è arrivato precocemente e le biblioteche danesi già nei primi anni Ottanta hanno adottato le tecnologie dell’informazione e della comunicazione a supporto di ricerca, educazione, apprendimento e sviluppo personale dei cittadini.

Anche la Svezia ha un sistema bibliotecario ben sviluppato, caratterizzato dall’importanza attribuita al ruolo educativo e dalla varietà dell’offerta, in un Paese dove gli utenti delle biblioteche sono il 60% della popolazione. Il suo fulcro è la biblioteca di Stoccolma, collocata nell’iconica “rotonda” progettata da Gunnar Asplund e inaugurata nel 1928, che oggi ospita attività per i bambini e offre servizi in diverse lingue. Uno dei dettagli che accomuna questi esempi virtuosi è la loro ricercatezza spaziale e architettonica, che li rende luoghi piacevoli da abitare, che rappresentano un arricchimento per chi li raggiunge e ci passa il tempo, piuttosto che restare a leggere nella propria casa, comprando compulsivamente libri su Amazon o “scaricando campioni” da altre piattaforme di vendita online.

Biblioteca civica di Stoccolma, Svezia

Le biblioteche italiane non hanno, certo, queste strutture e questa varietà di servizi, ma per far crescere l’utenza bisogna intervenire anche sulla comunicazione, per cambiare la percezione che la gente ne ha, in particolare di chi, non frequentandole, non sa davvero come funzionino e cosa ci si trovi e le crede luoghi vecchi, immobili, troppo intellettuali, o semplicemente ci si sente a disagio. L’atteggiamento degli italiani nei confronti di questa istituzione è diffidente. In tanti preferiscono acquistare invece di prendere in prestito, per un presunto senso di “affetto” nei confronti del libro che resterà poi probabilmente a prendere polvere su qualche scaffale e che, considerando il numero di libri esistenti e la durata media della vita umana, verrà letto una sola volta. A fronte del calo dei lettori, infatti, nonostante l’editoria pianga costantemente miseria, il mercato del libro cresce, tanto che, paradossalmente, l’editoria italiana è al sesto posto tra le maggiori al mondo, mentre gli indici di lettura ci collocano ai piani bassi delle classifiche europee e mondiali.

Secondo i dati dell’Aie (Associazione italiana editori), nel primo trimestre di quest’anno appena l’11% dei lettori si è rifornito in biblioteca, mentre il 76% ha acquistato in libreria. Questa tendenza – che è di moda nobilitare chiamando in causa Umberto Eco – prevale nei Paesi in cui c’è poca sensibilità nei confronti della cosa pubblica, per cui si vivono come una scocciatura e una limitazione le regole necessariamente imposte dal prestito bibliotecario; sarebbero, invece, uno strumento educativo importante, specialmente per i bambini a cui insegnare il rispetto per le cose e per gli altri, oltre a imporre al lettore dei limiti di tempo che lo spronino a iniziare, effettivamente, a leggere, invece di limitarsi ad accumulare. Eppure il desiderio di possesso – lo stesso che ci fa comprare vestiti che poi non indosseremo – ci fa dimenticare che il libro è sia il contenitore (la sequenza delle sue pagine, racchiuse nella copertina), sia il contenuto, e che è proprio quest’ultimo ciò che più conta.

Il ruolo della biblioteca come supporto alla vita democratica e alla cittadinanza informata è meno tangibile di quello di altri servizi pubblici come quelli dedicati alla salute e alla sicurezza. Le biblioteche, infatti, sono il luogo in cui chiunque, anche privo di mezzi, può avere accesso a supporti di ogni tipo e a internet. Negli Stati Uniti, dove lo stato sociale è poco presente, le biblioteche – per loro natura aperte a tutti, come anche qui – hanno finito per inserirsi nel vuoto governativo dell’assistenza, diventando un rifugio sicuro per i senzatetto. Ma la biblioteca non può sostituirsi allo Stato, come talvolta accade, può al massimo affiancarlo nel reinserimento sociale di queste persone.

In un futuro popolato di tecnologie, che da un lato possono avvicinare i giovani alla lettura (anche se come si è visto non sono abbastanza) e dall’altro dovrebbero imporre allo Stato di aiutare a utilizzarle chi non ne ha dimestichezza per evitarne l’esclusione, tra i servizi che la biblioteca può organizzare e ospitare ci sono proprio i corsi di formazione, ma anche servizi alla cittadinanza e attività culturali. La biblioteca ha tutte le potenzialità per essere luogo di partecipazione e di coesione sociale, di apprendimento continuo, di avvicinamento alla lettura, di doposcuola e, ancora, di sostegno agli immigrati e all’integrazione sociale, tramite servizi di supporto nella preparazione dei documenti e corsi di lingua .

Tutto questo richiede investimenti da parte dei comuni e dello Stato, da usare in parte, come nel caso danese, per la transizione verso la nuova biblioteca ibrida, attraverso l’aggiornamento tecnologico, il perfezionamento della cooperazione bibliotecaria, la creazione di nuovi servizi, il miglioramento delle funzioni tradizionali e la formazione continua dello staff, ma soprattutto di una nuova visione. Interventi come questi non possono non gravare sulla spesa, ma è il momento di capire che non si tratta di perdite ma di investimenti. Come sottolinea l’educatore e docente americano John Palfrey: “Se in tempi rapidi non riusciamo a mettere in circolo nuovo capitale per le biblioteche di pubblica lettura, in modo che superino questa difficile transizione, ne verrà danneggiata la nostra democrazia. Come disse il famoso giornalista Walter Cronkite: ‘Quale che sia il costo delle nostre biblioteche, il prezzo è sempre più basso rispetto a quello di una nazione ignorante’”. Ed proprio questo il rischio che corriamo.

Fonte: thevision.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *