Non solo Greta Thunberg: chi sono i più giovani attivisti che vogliono cambiare il mondo

L’attivismo inizia alle elementari. Hanno 8, 12,16 anni i bambini e gli adolescenti che oggi scendono in piazza e si fanno sentire per migliorare le cose: da Malala a Emma Gonzalez a Timoci Naulusala a Bana Alabed, ecco chi sono e perché lo fanno

In principio fu Malala; aveva solo 14 anni quando gli estremisti islamici in Pakistan le spararono alla testa perché osava fare campagna per l’educazione delle bambine. Ma Malala Yousafzai non morì.

Nove mesi dopo, tenne un discorso all’Onu; nel 2014 – studiava in Inghilterra e aveva 17 anni – fu la persona più giovane della storia a vincere il premio Nobel per la pace. Quando si dice, rischiare la vita per le proprie idee. Michele Serra ha scritto Gli sdraiati raccontando un mondo di adolescenti in rivolta passiva contro i modelli scontati degli adulti; ma se gli adolescenti degli anni 2010 sono uniti in qualcosa è proprio l’abbandono della passività. Perché oltre a Malala la schiera dei baby-attivisti, dei giovani e giovanissimi che scendono in piazza, organizzano campagne e fanno proseliti è lunga.

Malala
Malala Yousafzai (Getty Images)

Naturalmente, Greta Thunberg, il nome sulle bocche di tutti. L’attivista svedese delle campagne contro i cambiamenti climatici ha portato nelle piazze milioni di ragazzi in tutto il mondo. Aveva 15 anni nel 2018 quando lanciò il suo sciopero dalla scuola per chiedere alla politica di salvare il pianeta. Oggi ne ha appena 16. Di Greta, amata ed odiata, sappiamo tutto: la sindrome di Asperger che è diventata anche un punto di forza. I genitori che la incoraggiano. L’ostinazione.

Greta Thunberg
Greta Thunberg (Getty Images)

E ancora: Emma Gonzalez, 18 anni quando l’anno scorso un pistolero impazzito entrò nella sua scuola di Parkland in Florida e uccise 17 persone. Emma, abile oratrice, commossa e pugnace, ha lanciato con i compagni “March for our lives” per chiedere il controllo delle armi negli Stati Uniti. Successo zero per ora, ma impatto mediatico enorme in un paese sempre più diviso fra i repubblicani pronti a sostenere Trump, e un’altra parte dell’opinione pubblica in rivolta.

Emma Gonzàlez (Getty Images)

Da quel movimento è emersa anche Havana Chapman-Edwards, che – udite – ha appena otto anni e l’anno scorso fu l’unica alunna della scuola elementare di Fort Hunt ad Alexandria in Virginia a partecipare alla marcia nazionale contro le armi facili. Non adolescente, appena una bambina: ma Havana sostiene che la gente deve “parlare e farsi ascoltare”. Alla marcia dell’aprile 2018 fu ispirata da un’altra baby attivista, Naomi Wadler, che allora aveva 11 anni appena. Il giorno dopo, la madre pubblicò su Twitter una foto della piccola unica della sua scuola a prender parte alla protesta (il preside aveva detto di non avere chaperon da mandare). Havana è seduta ai piedi di un albero con una tutta da astronauta: “Sono tutta sola nella mia scuola ma so di non essere sola”.

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Havana Chapman-Edwards is a 7 year old literacy and gun control activist. Dressed in an orange astronaut suit, Havana was the only student at her Alexandria, Virginia, to join the National School Walkout on April 20, and an image of her sitting alone that day quickly caught people’s attention on social media. "I want to help the big kids and adults and show them I support them as much as I can until I am old enough to vote." As well as her attention to gun control, she also fights for girls education. “I have been to 26 countries, and there are so many girls that are not in school. I speak out for better gun laws because they have big dreams just like me, and they deserve to conquer them, but clean water, gun violence, and climate change are all keeping girls out of school.” Havana is promoting a simple yet powerful solution: literacy and getting books in the hands of girls worldwide. After her image went viral post-walkout, Havana started a GoFundMe account to finance a book club, which went from $800 to $6,000, triple her goal, in about 24 hours. “Girls really need to see themselves in books and know that their future is unlimited. I think that girls can conquer their big, giant dreams and they won't ever be silent.” #genz #savvysuzanna #HavanaChapmanEdwards #teenvogue #havanaedwards #activism #youngactivist #entrepreneur #entrepreneurship #youngentrepreneur #kidpreneurs #girlseducation #likeforlikes

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Adesso, Havana fa campagna – seguita dai media – per “mettere un libro nelle mani di ogni bambina”.

Avrete notato naturalmente che fin qui parliamo solo di bambine e ragazzine. Perché l’altra grande novità di questa ondata di baby attivismo è che vede le donne protagoniste. Le ragazze finalmente trovano la voce e parlano. Come mai?
Di certo conta l’impatto dei genitori, l’incoraggiamento di padri e madri. Conta poi enormemente il mondo virtuale: i social media, la potenza dello strumento che diffonde ovunque nel mondo un messaggio. Cose impensabili ancora dieci anni fa, oggi moneta corrente (anche grazie a Zuckerberg e gli altri). L’altro aspetto cruciale è che gran parte dei baby-attivisti non viene dai paesi occidentali ma dal mondo emergente – che più soffre gli effetti del clima che cambia.

Non ci sono solo ragazzine, certo. Per esempio, Timoci Naulusala delle Fiji ha parlato ai leader del mondo a Bonn quando aveva 12 anni per la Settimana Nazionale del Clima, raccontando il disastro del suo paese quando nel febbraio 2016 fu sconvolto dal ciclone Winston che uccise 44 persone: ne parla questo articolo dell’Unicef.

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Oppure il piccolo indiano Aditya Mukarji, che ha varato una campagna contro le cannucce di plastica nel marzo del 2018; in soli 5 mesi è riuscito a convincere hotel e ristoranti di Nuova Dehli a eliminare mezzo milione di cannucce. “Quando i bambini parlano di ambiente, la gente ascolta” dice.

Ma l’emergenza delle bambine è un fenomeno tutto nuovo. Forse ci insegna cosa succede quando alle bambine si consente di studiare. Qualche nome: Bana Alabed, che dal suo account Twitter a partire dai sette anni documentò l’assedio di Aleppo in Siria – con l’aiuto della madre (fu evacuata con la famiglia a fine 2016).

E ancora: Ridhima Pandey, nove anni nel 2017 quando denunciò il governo indiano davanti a un tribunale perché non combatte il cambiamento climatico. Nina Gualinga, piccola indigena dell’Amazzonia ecuadoregna che nel 2018 ha vinto il massimo premio del WWF per i giovani ambientalisti. Autumn Peltier della tribù canadese degli Anishinaabe, quindicenne e ormai veterana delle battaglie per l’acqua pulita. La giovane attivista ugandese Leah Namugerwa, anche lei 15 anni.

Potremmo continuare a lungo nell’elenco, anche perché i media si commuovono di fronte ai bambini e li portano in palmo di mano amplificando i loro sforzi: ma il punto è che i bambini che parlano, tenacemente e appassionatamente, ci sono; e il mondo è loro.

I temi sono sempre gli stessi: la salvezza del pianeta, il clima, e spesso, la necessità di istruire le bambine (e in Usa, basta alle armi). Altri temi, altre battaglie magari verranno; ma già la necessità di combattere il cambiamento climatico racchiude in sé molte istanze di giustizia sociale.

Ci sono naturalmente i Soloni – si è visto nel caso di Greta – che parlano di esagerazione, strumentalizzazione, propaganda, battaglie sbagliate, effetti controproducenti… ma il mondo è dei bambini e fin qui noi adulti abbiamo fatto un pessimo lavoro a conservarlo. I milioni che scendono in piazza seguendo l’esempio di Greta hanno tutto il diritto di provarci e di essere ascoltati senza paternalismi.

Fonte: Iodonna.it

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