eXXpedition, è salpato l’equipaggio delle donne contro la plastica negli oceani

La missione si basa su una circumnavigazione del globo divisa in 30 fasi. L’equipaggio al femminile è salpato dal porto inglese di Plymouth l’8 ottobre, alla volta delle Azzorre. Prima tappa di un viaggio intorno al mondo per trovare una volta per tutte una risposta al problema.

Trecento donne, due anni di ricerche. È questo il programma scientifico di eXXpedition, un progetto tutto al femminile, lanciato nel 2014 dall’attivista inglese Emily Penn con un obiettivo ben definito: studiare gli epicentri dell’inquinamento e indagare sulla provenienza della plastica, nella speranza di individuare soluzioni definitive.

La missione si basa su una circumnavigazione del globo divisa in 30 fasi, ognuna con un equipaggio di dieci donne: 38mila miglia nautiche, percorse veleggiando nell’Atlantico del Nord, Atlantico del Sud, Pacifico del Sud e Oceano Indiano – quattro dei cinque gyre principali, ovvero le correnti in cui finiscono con l’accumularsi enormi quantità di rifiuti. Il primo equipaggio partirà dal porto di Plymouth l’8 ottobre, alla volta delle Azzorre, per iniziare ad analizzare in dettaglio, e con l’assistenza di scienziati universitari, la distribuzione e l’impatto devastante che i 13 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani hanno sui vari ecosistemi marini, infiltrandosi anche nella catena alimentare mondiale. Con gravi consequenze sulla nostra salute.

Un equipaggio multiculturale

Sally Earthrowl, mission leader di eXXpedition (Credit: eXXpedition)

Ad alternarsi nei viaggi saranno donne di varia nazionalità e di età compresa tra i 18 e i 57 anni, scelte tra più di diecimila. Tra di loro, artiste e scienziate, medici, poliziotte, istruttrici di yoga – tutte con un ruolo diverso a bordo. “Un equipaggio multidisciplinare e multiculturale è importante” spiega Sally Earthrowl, mission leader di eXXpedition. “E non solo perché ciò garantisce prospettive diverse e vitali per la risoluzione del problema. Al termine della missione, queste donne torneranno nelle proprie comunità, ricche di ciò che noi definiamo veri e propri “superpower”, pronte a divulgare la nostra filosofia e le nostre scoperte nel proprio luogo di lavoro, nelle scuole, ispirando chi le ascolterà a impegnarsi per un futuro a prova di plastica”.

Da Bali ai banchi di scuola

La 36enne Sally, un’insegnante inglese di Geografia, si trovava Bali per lavoro quando si è resa conto della gravità del problema. “La zona in cui mi trovavo non dispone di un avanzato sistema di gestione dei rifiuti. Immondizia in ogni angolo di strada, persino le spiagge sono sporche. Un popolo abituato da sempre a usare foglie a mo’ di piatti, improvvisamente si è ritrovato a usare plastica senza sapere come sbarazzarsene in maniera appropriata. È un esempio di come il consumo superi le capacità dell’infrastruttura dedicata alla gestione dei rifiuti e, considerando che si tratta di un materiale che impiega decenni a degradarsi, il problema è davvero molto serio”.

Ma è stato il lavoro svolto dalla Earthrowl con i suoi alunni a spingerla a prendere un sabbatico e dedicarsi alla causa a tempo pieno: “I bambini vogliono fare il possibile per salvare il pianeta e questo mi ha convinto a fare qualcosa di pratico per proteggerlo. L’educazione è molto importante per cambiare le abitudini dei consumatori e vivere all’insegna di una maggiore sostenibilità. Occorrono maggiori informazioni sulle etichette dei prodotti, per esempio, su come riciclare la plastica, oltre che sul tipo di materiale”.

La piaga della microplastica

Microplastica nelle spiagge di Hawaii (Credit: Eleanor Church / Lark Rise Pictures)

Lo scorso anno, in una delle missioni preparatorie – un viaggio da Hawaii a Vancouver con lo scopo di studiare il Pacific Trash Vortex (noto anche con il nome di “Grande chiazza di immondizia del Pacifico”, l’accumulazione più ampia di plastica esistente in un oceano) – Sally è rimasta letteralmente scioccata dal problema della microplastica e delle tossine presenti nelle nostre acque: “Veleggiando negli oceani è facile imbattersi in grossi oggetti, tipo sedie, contenitori, bottiglie. Ho visto persino un sedile del water! Tutti oggetti facili da raccogliere in un’operazione di pulizia dei mari. Ma la microplastica? Col tempo, quei grossi pezzi di plastica si disintegrano in bilioni di frammenti microscopici, invisibili all’occhio umano e destinati a finire nei fondali degli oceani. Raccoglierli è complicatissimo”.

Una scelta consapevole

Perché solo donne? “Le donne sono sottorappresentate nel mondo della scienza e la missione intende anche ispirare tra le giovanissime lo studio di queste materie, con conseguenti carriere scientifiche. Ma c’è un altro motivo. Questi elementi chimici che finiscono nel nostro corpo costituiscono un grave pericolo per la nostra salute, in quanto alterano le funzionalità del sistema endocrino e mimicano l’azione degli ormoni femminili. Uno studio recente ha dimostrato che la microplastica può essere addirittura passata dalla mamma al feto”.

Il ruolo di Mission Leader fa sì che Sally sia impegnata non solo nella raccolta di dati scientifici e nel coinvolgimento delle comunità visitate dal progetto ma anche nell’organizzazione pratica delle spedizioni, nella preparazione delle attività a bordo, nella selezione degli equipaggi, oltre che negli eventi di sensibilizzazione pubblica legati a ogni parte dell’iniziativa. L’unica preoccupazione, confessa, non riguarda però le condizioni metereologiche, “che non posso certo controllare”, o il coordinamento tra i membri dei vari equipaggi, che la soddisfa in modo particolare. La vera ansia è assicurarsi di aver messo tutto il necessario nel bagaglio minimo consentito: “Alla vigilia del mio viaggio verso Vancouver ho dimenticato di mettere in borsa delle calze e ho passato tutto il tempo in barca con i piedi infreddoliti. Non lo raccomanderei a nessuno!”.

Fonte: Iodonna.it

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